Libro bellissimo in cui l'autore, in occasione della riunione nella villa di famiglia organizzata dalle figlie, racconta la propria storia familiare, i due rami da cui discende: quello paterno, russo, appartenente agli emigrati che allo scoppio della prima guerra mondiale si trovarono definitivamente confinati prima a Nizza e poi a Sanremo, e quello materno, inserito nella tradizione valdese. Il primo rappresenta lo spaesamento di coloro che non riuscirono mai a riconoscersi nel nuovo ambiente, restando nostalgicamente legati al mondo precedente di distinzione e privilegi, mentre l'altro continua una tradizione di operosa comunità, fondata sulla partecipazione e l'uguaglianza. Questi due mondi e mentalità si trasmettono e si riflettono nella contrapposizione fra Jean, il padre, che è "una miscela di ira e di dolcezza", che non riesce a rinunciare alla propria personalità di "capo", e Lisìn, la madre, che attraverso la sua saldezza è in grado di assorbire le turbolenze e ripristinare l'equilibrio familiare. Alla fine, oltre alla memorabile rappresentazione dei personaggi centrali del libro (i genitori dell'autore) e dei tanti altri che sono all'origine o incrociano le loro vite, oltre alla descrizione illuminante del mondo degli esuli russi e degli abitanti delle valli valdesi, forse quello che più resta della ricapitolazione di questa storia familiare è "trovare un segno, piccolo o grande non importa, purché sopravviva in quelli che seguono".
Memoria di casa
«Accade che le tre fasi della vita, giovinezza, maturità, vecchiaia, siano in realtà due: quella in cui, consapevolmente, ci si allontana dalla matrice, e quella in cui, consapevolmente o inconsapevolmente, vi si ritorna».
In una villa nella campagna piemontese che assomiglia a una dacia russa, ed è insieme casa delle illusioni e delle disillusioni, una famiglia si riunisce per rievocare il tempo e le persone che non ci sono più. Soprattutto Jean e Lisín, che si incontrano e si innamorano nella Sanremo degli anni Venti. Lui, fascinoso e tormentato, rimarrà sempre un “émigré” alle prese con i suoi «giorni neri». Lei, testarda e saggia, di salde radici valdesi, cercherà per tutta la vita di sciogliere i nodi. Ma «fare memoria» non è semplicemente ricordare. È dare vita a chi l’ha perduta, rallegrarsi, affliggersi, chiedere scusa quando è il caso. È cercare di capire, senza giudicare. Quando i fratelli Zagrebelsky vengono convocati dalle proprie figlie nella casa di famiglia, lo scopo è quello di ripercorrere il tempo perduto, scambiarsi aneddoti, rinsaldare un sentimento comune. I soggiorni al mare col nonno vestito di lino, i viaggi in macchina e la guida non proprio ortodossa, il cono gelato e le mani appiccicose, le notti nel letto con la nonna per vincere la paura del buio. Ma per chi si avvicina alla vecchiaia quei ricordi sono dettagli di un quadro più ampio, che forse oggi è possibile ricostruire facendosi finalmente le domande scansate nella giovinezza. È il terzo fratello, Gustavo, l’unico a portare un nome legato al ramo materno della famiglia, ad assumersi la responsabilità di raccontare, partendo non solo da un tempo lontano, ma anche da terre e vicende lontanissime. Perché Jean e Lisín – suo padre e sua madre – hanno alle spalle le storie di due minoranze per molti versi opposte: da un lato gli esuli russi, per i quali l’uguaglianza era stata la rovina, dall’altro i valdesi, per cui l’uguaglianza era stata la conquista. Sorpresi dallo scoppio della Prima guerra mondiale durante una vacanza a Nizza, gli Zagrebelsky (tra cui il padre appena cinquenne dell’autore) non torneranno mai più a casa, e in un appartamento di due stanzette a Sanremo, con vista sugli orti e sul gasometro, coltiveranno la nostalgia per il paese delle origini e il rimpianto per i privilegi perduti. È lì che nel 1926 Jean incontra Lisín, dolce e rocciosa insieme, figlia di un valdese tanto dedito al lavoro che persino sulla sua tomba compare il titolo di ingegnere. Come acque diverse riunite nello stesso fiume, i caratteri di Jean e Lisín scorrono paralleli, a due livelli diversi. Lui sempre convinto che le tempeste arrivino a sorpresa e che occorra tenersi pronti a parare i colpi. Lei invece sicura che la vita sia un gomitolo da districare, sempre capace di guardare oltre, perché ogni cosa «poi passa». Se nella vita non è stato difficile, per figli e nipoti, scegliere da che parte stare, questa «ricapitolazione critica» diventa l’occasione per comprendere più a fondo, e con più affetto, la figura di un padre forse non «sradicato» ma di certo «spaesato», che nonostante il passaporto italiano rimarrà nell’intimo per sempre apolide, anche dentro la sua famiglia.
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Anno edizione:2025
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terepattola 20 gennaio 2026Due mondi a confronto
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